Luci e ombre a Wall Street

di Gaetano Evangelista* | Dopo un inizio 2019 in discesa la borsa USA si è ripresa ma resta alto lo scetticismo. Un seminario alla TOL, giovedì 24, Balconata 1 (ore 12.30-13.30).

Certamente il 2019 non si è aperto sotto i migliori auspici per gli investitori. Basti ricordare che poco prima di Capodanno, il governatore della FED, Jerome Powell, aveva annunciato al mondo che l’aumento dei tassi di interesse era destinato a proseguire a tempo indeterminato: «col pilota automatico», aveva aggiunto in modo perentorio. Si trattava di affermazioni (e toni) che non fanno mai bene ai mercati azionari. E infatti, da quel momento, le borse hanno cominciato ad avvitarsi al ribasso, a ogni latitudine del pianeta.
 
Anche la dimensione politica, o meglio geopolitica, in quel momento, offriva pochi spiragli di ottimismo. Ad esempio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, passava il tempo a “cannoneggiare” i rivali cinesi, facendo capire (o almeno facendo credere), di essere pronto a una vera e propria guerra sui dazi. Come poi, almeno in parte, è avvenuto. Con quali risultati è ancora questione da capire.
 
Sempre all’inizio del 2019, non si vedeva alcuna ombra di miglioramento sul fronte economico rispetto al rallentamento iniziato 12 mesi prima, da quando cioè il PMI globale (calcolato da JP Morgan) aveva raggiunto un picco, dal quale si è poi ridimensionato senza soluzione di continuità (come illustra il grafico qui sotto).




Insomma, a inizio dello scorso anno ce n’era abbastanza per far scappare anche i più convinti dello stato di salute positivo di Wall Street. Ma infatti, la concatenazione di eventi poco sopra ricordata, ha pesato fortemente sulle aspettative degli investitori.
Si consideri, ad esempio, il denaro reale. In termini di dati “rolling” a quattro settimane, la raccolta netta di fondi ed ETF azionari negli Stati Uniti, nel corso del 2019 è risultata sistematicamente negativa. Proprio così: a metà settembre l’indice S&P500 mostrava una performance positiva del 20% rispetto all’anno prima, ma il pubblico retail ha preferito passare alla cassa, anziché investire (o re-investire) del denaro in borsa.
Al dunque, in termini di afflussi di liquidità, quanto accaduto sui listini azionari negli Stati Uniti nel corso del 2019 è quanto di più vicino possibile al pessimismo (vedi grafico sotto di Ned Davis Research).



Ora che ci stiamo avvicinando a fine anno è quindi tempo di riordino delle idee. Uno spunto può venire dal PEM, il Panic-Euphoria model (vedi grafico sotto) elaborato da Citigroup. A osservarlo bene c’è quasi da sobbalzare: la quasi totalità degli investitori – da quelli meno liquidi a quelli più capitalizzati – resta infatti permeata da un sentimento di scetticismo. Vale a dire, un misto di incredulità e frustrazione.
 
Va detto che il PEM rappresenta un super-indice che include e sintetizza: 1) le azioni complessivamente vendute allo scoperto (tante); 2) il debito a margine contratto dagli investitori per comprare azioni (poco); 3) la media dei sondaggi più popolari sul sentiment; 4) il rapporto fra opzioni put e opzioni call scambiate sulle azioni; 5) i flussi dei fondi e tanti altri misuratori del sentiment.



In conclusione, ci troviamo di fronte a un indice S&P500 sui massimi storici, ma il PEM è negativo. Difficile trarre conclusioni nette. Sulla base di dati storici (e statistici) possiamo dire che di solito, in condizioni simili, i mercati azionari difficilmente virano bruscamente al ribasso, avendo già incorporato parecchie notizie negative. A favore della Borsa gioca anche il nuovo atteggiamento della FED, pronta a tagliare i tassi e aggiungere liquidità al sistema. C’è tuttavia la dimensione politica che non aiuta, con il susseguirsi di notizie relative al possibile impeachment di Donal Trump. Insomma, con queste premesse, difficilmente i prossimi mesi e soprattutto il 2020 saranno un periodo noioso. Di sicuro non mancheranno sorprese.
 
*Gaetano Evangelista, AD Age Italia
 

Pubblicato il 04/10/2019