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Un mondo "just in case"

Di Carlo Benetti, Market Specialist – GAM (Italia) SGR SpA | “Una volta questo era un gran bel paese: non riesco a capire cosa gli sia successo.”

George Hanson, l’avvocato alcolista di Easy Rider, non si rende conto del cambiamento attorno a lui, rimpiange la scomparsa dell’America che conosceva, quella del sogno americano e del maccartismo. Il personaggio interpretato da Jack Nicholson rappresentava un’intera generazione che nel 1969, l’anno in cui venne realizzato il film, non comprese le trasformazioni in corso, il fenomeno hippie, la ribellione pacifica, la cultura di controtendenza che ebbe la sua epifania nella tre giorni di Woodstock. Il festival di “pace e musica rock” segnò plasticamente la cesura tra un tempo che stava scomparendo e l’avvento di una nuova epoca gravida di incognite e di aspettative.

Come Hanson, anche noi avvertiamo la fine di un tempo che conosciamo bene e non individuiamo ancora il profilo del nuovo. Putin sembra riportare indietro le lancette dell’orologio della Storia eppure, come su una DeLorean impazzita, ci sta spingendo brutalmente in avanti.
“Abbiamo creduto di poter trattare la Storia come un esperimento di fisica che si può ripetere migliaia di volte, ma nella Storia si può farlo solo una volta” scrive Arthur Koestler in “Buio a mezzogiorno”. La Storia procede inesorabilmente in avanti, anche quando sembra stia tornando indietro in realtà sta solo modificando o accelerando il suo corso futuro.

La guerra ha cambiato radicalmente lo scenario, il fumo delle esplosioni nasconde i molti possibili esiti politici, alcuni auspicabili, altri sperabili, nessuno prevedibile. La stessa avvolge le prospettive dell’economia e dei mercati, il rischio geo-politico è uno specchio deformante che distorce l’intero scenario, difficile identificare driver di mercato quando le escursioni tra aperture e chiusure nel reddito fisso sfuggono alle interpretazioni razionali, con il prezzo del greggio sensibilissimo alle notizie politiche, con le borse nervose, parimenti suscettibili al prezzo dell’energia e alla politica, con singole società che prendono misure anti-economiche nei confronti del mercato russo.

L’azzardo di Putin fa rientrare con prepotenza la Russia nella ridefinizione dei blocchi di influenza economica e ideologica, rompe la dualità di Stati Uniti e Cina ma, naturalmente, anche l’esito di questa riconfigurazione degli equilibri globali è tutta da vedere, la direzione del corso della Storia dipenderà in buona misura anche dalle scelte di Xi Jinping.

Gli effetti del conflitto in Ucraina sull’economia globale saranno duraturi ma la ricaduta immediata è nel prezzo delle materie prime e, su tutte, di quelle energetiche. Gli aumenti nei prezzi dell'energia incrinano la fiducia di famiglie e imprese, la sensazione di impoverimento contrae i consumi e induce a risparmiare di più, un rischio concreto di cui tenere conto in economie sostenute principalmente dai consumi.
L’indicatore del sentiment economico in Germania, l’indice ZEW, è precipitato a -39,3, il maggior crollo dall’inizio delle rilevazioni nel 1991. Affiorano le paure della recessione, in assenza di una rapida soluzione alla guerra sarà l’Europa a pagare le conseguenze più pesanti.

Ma gli scenari economici non presentano quasi mai contorni definiti, richiamano più la tecnica di Pollock che le linee precise di Mondrian. A fronte dell’incertezza degli esiti della guerra e delle conseguenze sull’inflazione, la crescita economica globale rallenta ma non si interrompe; negli Stati Uniti il valore di 58,6 dell’indice ISM manifatturiero in febbraio è stato superiore al dato di gennaio, l’economia americana resta sul sentiero di crescita e conferma la forza della domanda che concorre a sostenere i prezzi delle materie prime. Le attese degli utili restano positive, prosegue la creazione di nuovi posti di lavoro. E Powell è stato di parola, l’aumento di 25 punti base del tasso ufficiale segnala la volontà dei banchieri centrali a riprendere il controllo dell’aumento dei prezzi e, soprattutto, delle aspettative dell’inflazione, la più alta in quarant’anni. La Federal Reserve deve recuperare terreno ma per il momento, con tassi reali negativi, è ancora “dietro la curva”.

Powell ha già anticipato altri interventi nel prossimo futuro e non ha escluso la possibilità di incrementi superiori al tradizionale quarto di punto. Scopriremo con il tempo se la “faccia feroce” della Fed sarà autentica o se invece sarà come quella dei marinai di Francesco II “Franceschiello”: i banchieri di palazzo Eccles prevedono che nel prossimo futuro l’aumento dei prezzi resterà sopra il livello target ma che l’attività economica, d’altro canto, diminuirà. Nella divergenza tra dinamica dei prezzi in salita e attività economica in discesa si misurerà davvero la determinazione e la “faccia feroce” dei banchieri centrali americani

In questa stessa divergenza si annida il rischio di errori di policy. L’esercizio che attende i banchieri centrali, negli Stati Uniti e in Europa, è mantenere l’equilibrio tra le forze contrarie e quelle favorevoli, bilanciare i maggiori costi delle materie prime, del mercato del lavoro, della riorganizzazione delle catene della fornitura, soprattutto evitare il rischio che l’attenzione all’aumento dei prezzi si trasformi in ossessione. Il mercato sconta ulteriori cinque o sei rialzi della Fed da qui a fine anno, si interroga sul peso degli effetti della guerra sulla crescita e sulla capacità dei banchieri centrali di governare i rischi della stagflazione.

In questa grande incertezza prende velocità il passaggio, già messo in moto dalla pandemia, verso una nuova fase della globalizzazione. Il mercato globale che abbiamo conosciuto fino ad oggi, con tutti i suoi limiti e incompiutezze, cambia radicalmente: il veloce spostamento delle merci, la frammentazione dei processi produttivi (l’iPhone ne è esempio paradigmatico), l’efficienza dei costi e dagli alti margini sono probabilmente destinati a finire.

Termina l’esperienza dell’economia “just in time”, resa possibile dalla tecnologia digitale e dagli alti standard di efficienza nei trasporti e nella logistica. Un modello produttivo molto efficiente che esige però, come precondizione, alti livelli di cooperazione internazionale.
La guerra in Ucraina costringe a superare il modello cooperativo alla base della frammentazione delle catene del valore globale. Il ritorno al confronto tra blocchi di influenza, come nei decenni della Guerra Fredda, apre la nuova fase dell’economia “just in case”. Le catene delle forniture vengono riconfigurate non sulla base dell’efficienza ma della affidabilità e del controllo, gli approvvigionamenti vengono avvicinati per ridurre la dipendenza dalle spedizioni da altri paesi.

Caratteristica distintiva dell’economia “just in time” era l’iper-efficienza, il modello “just in case” comporta maggiore autonomia e controllo ma la maggiore sicurezza non è gratis, i costi della minore efficienza concorreranno per la loro parte alla dinamica dei prezzi. Con l’inflazione, fenomeno sconosciuto nell’avvento della globalizzazione, e con il rallentamento della crescita, si ripresentano le paure della stagflazione, quella perversa condizione economica di alta inflazione e crescita bassa o stagnante sperimentata negli anni Settanta.
In uno scenario inflazionistico e di repressione finanziaria, la difesa del risparmiatore passa per strumenti di investimento che diano protezione “reale”: le azioni sono una classe di attivo liquida e diversificata, nel passato ha dato prova di resistenza ai cicli di rialzo dei tassi migliore delle obbligazioni proprio perché direttamente associata alla crescita economica. Gli altri bastioni della difesa in una fase di marcata volatilità sono la diversificazione “intelligente”, quella cioè attenta alle proprietà di correlazione e decorrelazione delle classi di attivo, e la gestione attiva, in momenti di elevata incertezza la selettività è lo strumento affilato che sceglie, distingue, differenzia.

Ma le similitudini terminano qui.
Più avanza il tempo più l’iniziativa del governo russo prende i contorni dell’azzardo, gli obiettivi della campagna militare appaiono meno congruenti con gli obiettivi politici di lungo termine, i consumatori avvertono le conseguenze dell’isolamento internazionale, aumenta la possibilità che si incrini il consenso dell’opinione pubblica. Le pratiche di contenimento del dissenso, anche loro vecchie di decenni, devono rinnovarsi e adeguarsi a giovani generazioni abituate alla comunicazione digitale.
 

Pubblicato il 11/04/2022

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